Una parola italiana al giorno

Vocabe: come è nata l'app di una parola italiana al giorno

App per ampliare il lessico italiano: ogni giorno una parola con significato, esempi, etimologia e curiosità, e un ripasso guidato da un algoritmo di ripetizione spaziata. Funziona offline, non chiede account e non salva nulla su un server: i progressi restano sul dispositivo.

Da dove è nato

L’idea è semplice: una parola italiana al giorno, di quelle che si leggono e non si usano mai, con significato, esempi ed etimologia. Il giorno dopo un quiz per ripassarla, e poi ancora, a intervalli sempre più lunghi, finché non resta.

È il mio progetto più vecchio tra quelli pubblicati. La prima versione funzionante è di settembre 2025; un anno dopo l’ho ripresa e portata dove è adesso: 1027 parole su cinque livelli di rarità, otto raccolte tematiche da completare, un test di livello iniziale e un riepilogo settimanale.

Le scelte che ho fatto

Ripetizione spaziata, nella forma più semplice. Il ripasso usa il sistema di Leitner: ogni parola sta in una di cinque scatole, e ogni scatola ha il suo intervallo (1, 3, 7, 16 e 40 giorni). Una risposta giusta sposta la parola alla scatola successiva, una sbagliata la riporta alla prima. Ci sono algoritmi più raffinati, ma questo si spiega in una riga e fa il suo lavoro.

Un test di livello all’inizio. Venti domande, quattro per livello, dalla più facile. Serve a non proporre “effimero” a chi la conosce da sempre: la parola del giorno parte dal livello giusto per chi usa l’app.

Le parole sono dati aperti. Il dizionario sta in un file JSON con licenza CC BY-SA, separata da quella del codice: chi vuole può riusarlo citando la fonte. Ogni nuovo lotto di parole passa da un validatore che controlla duplicati e identificativi.

Una pagina vera per ogni parola. L’app gira nel browser, ma dopo la build uno script genera una pagina statica per ciascuna parola, più il glossario e la sitemap. Così “cosa vuol dire atarassia” può portare a Vocabe anche chi non sa che esiste.

Niente account, niente server. I progressi stanno nel browser e si possono esportare come file dalle impostazioni. Nessuna analitica, nessun servizio di terze parti.

Cosa non ha funzionato al primo colpo

Per un periodo Vocabe è stata anche un’app per Android e iOS, impacchettata con Capacitor, con la pubblicità (AdMob) e gli acquisti in-app (RevenueCat) già collegati. A un certo punto ho fatto il conto: senza monetizzazione, lo store era solo lavoro in più per fare quello che il browser già fa. Da smartphone una web app si aggiunge alla schermata home e si comporta come un’app, anche offline.

Così ho tolto tutto: le cartelle Android e iOS, otto pacchetti di Capacitor, la pubblicità. Con loro se n’è andato anche il promemoria giornaliero, che si appoggiava alle notifiche native: sul web non esiste un modo affidabile di mandare una notifica a un’ora fissa senza un server, e un’impostazione che non fa niente vale meno di zero. Oggi le dipendenze sono quattro.

Cosa ho imparato

Che togliere è una decisione di progetto quanto aggiungere. La versione con gli store e la pubblicità era più “completa” e peggiore: più cose da mantenere, più permessi da chiedere, più motivi per non usarla. Quella che è rimasta è più piccola e fa meglio l’unica cosa che deve fare.

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